FINE DELLA CORSA

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Catania-Palermo è cominciata con un minuto di silenzio in memoria di Ermanno Licursi, il dirigente della Sanmartinese morto nel corso di una rissa avvenuta sabato scorso su un campo di Terza categoria in provincia di Cosenza.
Catania-Palermo è finita dopo un'ora di follia, che ha provocato un morto e decine di feriti fra le forze dell'ordine, dopo gli scontri avvenuti tra i tifosi siciliani e gli uomini impegnati a tenere sotto controllo la situazione.
Vien da pensare a quel minuto di silenzio dimenticato in fretta, osservato quasi come un rito scaramantico, perché se tutti avessero riflettuto almeno questo maledetto venerdì sera non sarebbe accaduto nulla.
Vien da pensare alle parole pronunciate dall'ignaro presidente catanese, Nino Pulvirenti, che seccato della sconfitta annuncia "a caldo" un ricorso della sua società per invalidare il derby, appellandosi alla responsabilità oggettiva che a suo avviso avrebbe inchiodato la società ospite.
Vien da pensare a quanto compariva prima e durante la gara sul sito ufficiale della Figc fra le notizie di attualità ed in primo piano. "Mobilitazione del calcio contro ogni violenza, entro febbraio il blocco dei campionati dilettanti".
Il commissario Luca Pancalli è uomo di sport, e dopo quanto accaduto sabato scorso aveva deciso, d'intesa con la Lega Dilettanti, di dedicare domenica 25 febbraio ad una profonda riflessione. Era pronto ad organizzare, su tutti i campi dalla D alla Terza categoria, tavole rotonde con sociologi, psicologi e addetti ai lavori. Non pensava, tuttavia, di dover anticipare la decisione, estendendola anche al calcio dei grandi.
Un sistema democratico non può tollerare due morti ammazzati in una settimana. La Figc ha reagito repentinamente e non ci ha messo un minuto a decidere di fermare tutto, evitando di calcolare i danni economici che la stessa Federazione subirà fermando una gigantesca macchina da soldi. Una volta tanto, l'umanità ha prevalso su altri sentimenti, ma è la stessa umanità che dovrà guidare lo sport in quanto verrà fatto in tempi brevi.
Fa male dirlo, ma per cambiare le carte in tavola c'era bisogno di un morto, anzi di due morti. Adesso che sono arrivati, si può procedere e guardare in faccia ad una realtà che ha trasformato una partita di calcio in un evento pericoloso. Perdere altri cinque anni ad inseguire nuovi decreti e ad inventarsi nuove ridicole leggi sarà inutile se alla base dei provvedimenti, vecchi o nuovi, non ci sarà rigore e certezza della pena. L'italiano vero non sempre è l'italiano fiero: impariamo a rubare. Saccheggiamo gli stadi spagnoli e inglesi della loro cultura della sconfitta e della loro civiltà sportiva, senza dimenticare che quello che noi siamo loro erano e sperando che quello che loro sono noi saremo.
Non c'è altro da dire, ma solo un pensiero finale dedicato a chi ha perso la vita mentre lavorava: i fiumi di parole non facciano passare in secondo piano la vera tragedia, quella di una famiglia come altre orfana di un uomo ucciso dal proprio dovere, quello di evitare una guerra civile per una partita di calcio
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