Conte e il dilemma del nove

Antonio Conte, giunto alla seconda stagione sulla panchina del Napoli, continua a mandare un messaggio chiarissimo al mercato: per il suo calcio serve una prima punta strutturata.

Un anno fa Romelu Lukaku, l’ariete con cui ha vinto lo scudetto con Inter e Napoli, e oggi nel mirino Lorenzo Lucca o attaccanti con le stesse caratteristiche

Perché tanta insistenza su profili alti quasi due metri e capaci di fare a sportellate? La risposta sta nel modo in cui Conte interpreta la Serie A.

Il campionato che lo ha formato privilegia ancora transizioni corte, duelli individuali e la possibilità di risalire il campo in verticale; un pivot che funga da sponda rende tutto più veloce e semplifica i compiti dei compagni.

Con Lukaku a Milano, l’argentino Lautaro Martínez, autentica seconda punta associativa, ha raggiunto la piena maturità. Allo stesso modo, a Napoli, l’idea è stata quella di far muovere intorno a un riferimento centrale ali ibride come Kvara e Neres e sfruttare gli inserimenti di Anguissa e McTominay.

La cronaca però dice che, senza varietà, la manovra di Conte rischia di diventare prevedibile. Se il Napoli non dispone di esterni capaci di arrivare costantemente al fondo e mettere cross puliti, il centravanti finisce per giocare soltanto di sponda spalle alla porta, impoverendo la rifinitura.

Ecco perché il tecnico è chiamato a un’evoluzione: inserire rotazioni interne, accorciare la squadra in possesso e alternare la palla lunga alla conduzione tra le linee.

Che possa farlo lo suggerisce la sua carriera da calciatore. Alla Juventus ha condiviso lo spogliatoio con arieti come Vialli, Casiraghi, Ravanelli e Boksic, ma anche con artisti brevilinei del calibro di Del Piero e Roberto Baggio. Lì ha imparato che un attacco può cambiare pelle a seconda delle caratteristiche del nove.

Oggi De Laurentiis gli sta consegnando una rosa abbastanza ricca da permettergli di scegliere, non soltanto di insistere. Il prossimo step, dunque, è dimostrare che il bagaglio tattico accumulato negli anni gli consente di alternare il pivot classico a punte mobili, rendendo il Napoli meno leggibile e ancora più competitivo in Italia e in Europa.

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