Il Napoli di Spalletti non è più Osimhen- centrico
Difficile dire quanto abbia inciso l’assenza di Leao nel Milan piuttosto che quella di Osimhen, per il Napoli, nel big match di San Siro vinto dagli azzurri. Di certo, però, l’assenza dei due giocatori più rappresentativi delle rispettive compagini non ha inficiato lo spettacolo di una partita che possiamo dire essere stata uno spot bello quanto raro per il nostro calcio, che ha sempre più bisogno di qualità e formazioni propositive, che non rinunciano a giocare – come nel caso di Milan e Napoli – nemmeno quando vengono a mancare dei giocatori così caratterizzanti come Leao e Osimhen. Non ce ne voglia il nigeriano, ma da quando si è fermato per infortunio muscolare nel corso del primo tempo col Liverpool, non ci siamo praticamente mai accorti della sua assenza. Rispetto alle ultime due stagioni, quando i ripetuti stop del centravanti avevano condizionato pesantemente il prosieguo della stagione azzurra – lo dimostrava il calo abbastanza sensibile della media punti nelle partite saltate dall’ex Lille -, stavolta il nuovo Napoli di Spalletti non sembra aver minimamente sofferto la mancanza di un giocatore che comunque anche quest’anno il proprio contributo realizzativo lo stava dando, con due gol segnati subito nelle prime due giornate di campionato. Nonostante un vero e proprio vice-Osimhen Spalletti non lo abbia ancora scelto, avendo fatto partire dal primo minuto qualche volta Raspadori – come a Milano e con lo Spezia – e qualche altra volta Simeone – col Liverpool, quando subentra ad Osimhen prima della gioia dello storico primo gol in Champions, e a Glasgow, risultando decisivo per la procurata espulsione del giocatore dei Rangers -, la migliore notizia del magic moment del Napoli riguarda il fatto che, sia con Raspadori che con Simeone, la filosofia di gioco di Spalletti mantiene intatta la propria identità. Anzi, la rafforza, evidenziando quei tratti distintivi di un’idea di calcio accompagnato con tanti uomini, tecnico, capace di venir fuori dall’angusto (come ama dire Spalletti) a partire dal primo passaggio in uscita dei quattro difensori, tutti dotati di discreta qualità tecnica nella fase di impostazione e di appoggio, passando per la pulizia di uno dei migliori terzetti di centrocampo d’Italia, una lavatrice perfettamente funzionante di palloni resi sempre più puliti per l’assistenza agli attaccanti, che pure hanno il compito di lavorarli con sensibilità prima di buttarli dentro con astuzia e determinazione. Ecco, in questo specifico fondamentale, gente come Raspadori, sicuramente il più tecnico dei tre, ma anche come lo stesso Simeone, argentino, brevilineo, dai piedi tutt’altro che ruvidi, anzi capaci di accarezzare, addomesticare e poi scaricare soltanto dopo aver fatto salire la squadra, come in occasione del gol vittoria del Meazza, si lascia ampiamente preferire a Osimhen. In due anni di Napoli, mai avevamo visto Osimhen fare un gol come quello di Simeone col Milan: anziché scappare in profondità, l’ex Verona accorcia, protegge la sfera, resiste alla marcatura di un centrale fisicamente tosto come Tomori, evita il raddoppio di Bennacer prima e Tonali poi, e soprattutto mantiene la lucidità per servire l’accorrente Mario Rui, che lo ringrazia servendogli un pallone docile-docile che Simeone ha dovuto solamente spizzare nell’angolo opposto della porta di Maignan. Un gol capolavoro e, se vogliamo, manifesto di un Napoli che ribadisce ancora una volta – con le parole di Spalletti nelle conferenze e con le giocate dei suoi ragazzi sul rettangolo verde – di non voler dipendere da un singolo come Osimhen che, oltre a giocare molto più per stesso che per la squadra, non offre nemmeno quelle garanzie di straordinaria tenuta fisica, motivo per il quale ogni anno salta almeno una dozzina di partite. Difficile, quindi, costruire un progetto tecnico fatto esclusivamente per esaltare le caratteristiche di Osimhen, così unico nel suo genere e proprio per questo così complicato da assecondare ogni volta che scatta in profondità (spesso pescato in fuorigioco) e parte in uno dei suoi duelli coi difensori, che molte volte – specie quando sono dei big – gli prendono le misure, costringendolo a perdere palloni che andrebbero invece gestiti proprio alla Simeone, o a forzare delle conclusioni velleitarie tentate da posizioni defilate con poco angolo di porta. Detto questo, non stiamo dicendo che, in assoluto, il Napoli possa fare volentieri a meno di Osimhen fino a fine stagione: già a partire dalla prossima sfida di campionato, in programma dopo la sosta al Maradona contro il Torino, un giocatore con le sue caratteristiche potrebbe tornare nuovamente utile per arginare gli uno contro uno famosi del calcio di Juric. Quello che ci teniamo a sottolineare, però, rispetto a quanto emerso in questo primo scorcio di stagione, è che mentre in difesa e soprattutto a centrocampo la differenza è ancora piuttosto evidente e alla maestosa regia di Lobotka, ad esempio, proprio non si può rinunciare, nel ruolo della prima punta l’attuale Napoli di Spalletti non è più Osimhen-centrico. Ed è una bella notizia, visto che non parliamo di un fuoriclasse assoluto che vince le partite da solo. Anzi, lo Spalletti 2.0 al centro ci sta mettendo il gioco.
ALESSIO PIZZO

