Il più grande della storia
Le dichiarazioni di Sergio “Kun” Aguero hanno riacceso un fuoco che, in realtà, non si è mai spento sul dibattito chi sia il più grande della storia del calcio. Le sue parole che pendono con assoluta certezza che Lionel Messi sia “il più grande della storia”, liquidando la questione a favore dell’amico e compagno, è un gesto fraterno ma calcisticamente miope. Il Kun dimentica, o forse preferisce ignorare, che il calcio non è pura statistica fatta solo di gol inseriti a sistema e trofei accumulati in bacheca, il calcio è, prima di tutto, sentimento e epica. Ed è qui che la figura di Diego Armando Maradona è immensa e irraggiungibile, oscurando chiunque altro anche se si chiama Lionel Messi.
La differenza fondamentale tra il Diez e la Pulce risiede anche nel modo in cui hanno trascinato le proprie squadre. Maradona non ha vinto nel Barcellona dei sogni o nel Real dei Galattici. Ha scelto Napoli, una piazza storicamente lontana dai vertici del calcio italiano ed europeo, e l’ha presa per mano portandola a battere il nord milionario. Ha vinto due scudetti e una Coppa UEFA in un’epoca in cui la Serie A era il campionato più difficile del pianeta. La stessa Argentina del ’86 era una buona squadra, ma è diventata leggenda solo perché mossa dalla volontà divina di Diego. Maradona non ha solo vinto quel Mondiale: lo ha dominato, segnando proprio 40 anni fa, il 22 giugno, il gol più iconico della storia del calcio contro l’Inghilterra e caricandosi sulle spalle il peso politico e sociale di un’intera nazione ferita dalla battaglia delle Falkland.
Messi, al contrario, ha vissuto la stragrande maggioranza della sua carriera protetto dall’ecosistema perfetto come quello del Barcellona di Guardiola, Xavi e Iniesta, con davanti mentori come Ronaldinho. Quando è uscito da quella “comfort zone” come a Parigi, ha faticato a trovare la stessa centralità. Ha vinto anche lui un Mondiale del 2022 (un traguardo immenso), ma al termine di un percorso durato un’intera carriera e supportato da una federazione e da una squadra costruite intorno a lui con tanti altri campioni già affermati.
Un altro dettaglio che il Kun Aguero omette è il contesto storico in cui i due si sono affermati. Maradona giocava in un calcio dove i difensori cercavano letteralmente di spezzarti le gambe (basti pensare a Goikoetxea) e gli arbitri fischiavano molto meno. Chi non dimentica Diego danzare sul fango, su campi che oggi sembrerebbero terreni agricoli, marcato a uomo da giocatori che non lesinavano colpi proibiti tanto non c’era ausilio di VAR e telecamere in ogni angolo del campo.
Messi ha giocato e gioca nell’era del “calcio moderno”: campi perfetti, cartellini gialli al primo accenno di trattenuta e una protezione totale verso i fuoriclasse. Vedere Messi subire il trattamento che Gentile riservò a Maradona nel 1982 è semplicemente impossibile ad oggi. Diego ha dovuto creare la bellezza mentre Messi la esegue in un contesto protetto.
Maradona era un leader popolare, si è schierato, ha sbagliato, ha sofferto, ha incarnato le contraddizioni di un popolo. Napoli e l’Argentina non amavano Maradona solo perché sapeva incantare con la palla al piede; lo amavano perché si sentivano rappresentati da lui per un riscatto sportivo e sociale.

