La retorica del potere di un calcio involuto!

Nel grande teatro del calcio italiano, ecco salire sul palco Marotta, dirigente dell’Inter, pronto a spiegarci che il vero problema non è la simulazione di Bastoni, ma la “gogna” che ne sarebbe seguita.

Un tentativo di spiegare un capolavoro retorico: spostare l’attenzione, abbassare i toni, rispolverare vecchi torti e rimettere in gioco sfavori del passato. La simulazione? un semplice dettaglio.

La simulazione è antica quanto il pallone. Marotta sostiene che negli anni ’50 c’erano già specialisti del tuffo plateale, celebrati quasi come artisti della furbizia. Considerarla un fatto ordinario non significa normalizzarla, ma riconoscere che non è un fulmine a ciel sereno.

Il punto, semmai, è un altro: definire ordinario l’inganno rischia di educare a imbrogliare l’arbitro come se fosse parte del gioco. È questo il messaggio che vogliamo?

Marotta poi aggiunge che la classe arbitrale è la stessa di un anno fa, quando l’Inter perse lo scudetto per un punto. Rievoca Inter-Roma e quel rigore riconosciuto a posteriori che “avrebbe potuto” cambiare la storia. E ricorda la sfida con il Napoli, con un rigore contro analizzato e poi dichiarato ingiusto. Tutto vero, forse. Ma tutto fuori fuoco. O meglio tutto da inserire nella strategia difensiva.

Se ogni episodio diventa un capitolo di un romanzo vittimistico, il calcio resta prigioniero di una cultura dirigenziale old style: conservare potere, presidiare osservatori privilegiati, agitare fantasmi.

Finché questi saranno i metodi, il movimento non crescerà. Resterà involuto, poco bello da vedere e, a tratti, persino ridicolo. E non sarà colpa di una simulazione ma di una cultura dirigenziale rivedibile.

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