L’aziendalismo presenta già il conto: ora Allegri rinneghi se stesso

Massimiliano Allegri è arrivato a Napoli con una certezza e una promessa implicita. La certezza era rappresentata dal suo curriculum: pochi allenatori italiani conoscono quanto lui la gestione della pressione, delle grandi squadre e delle stagioni costruite per vincere. La promessa era invece quella di consegnare al Napoli una squadra immediatamente riconoscibile: magari non spettacolare, probabilmente poco incline agli estremismi tattici, ma solida, concreta, difficile da battere.

A poche settimane dall’inizio della stagione, però, di quel Napoli si vede ancora poco.

Ed è proprio qui che nasce il primo vero interrogativo sull’esperienza napoletana di Allegri. Perché sarebbe troppo semplice attribuire tutto alle scelte dell’allenatore, così come sarebbe altrettanto comodo assolverlo completamente chiamando in causa il mercato e le decisioni della società.

Per comprendere le difficoltà attuali bisogna tornare all’inizio. Alle condizioni con cui Allegri ha accettato Napoli.

Aurelio De Laurentiis lo aveva praticamente annunciato prima ancora che iniziasse il lavoro sul campo: Allegri è un aziendalista.

Una definizione che poteva sembrare un complimento, ma che raccontava soprattutto il tipo di rapporto immaginato dal presidente con il nuovo allenatore.

Allegri arrivava dopo Antonio Conte, un tecnico abituato a utilizzare anche pubblicamente il proprio peso per sollecitare la società, chiedere rinforzi e alzare continuamente l’asticella. Con Allegri il Napoli sceglieva un profilo differente: un allenatore altrettanto prestigioso, ma tradizionalmente più disposto a lavorare con ciò che la società gli mette a disposizione.

De Laurentiis, del resto, era stato chiarissimo. Il Napoli aveva una rosa enorme da sfoltire e prima di acquistare bisognava vendere. Arrivò persino a sostenere che probabilmente non sarebbe stato necessario comprare nessuno.

Allegri non si oppose pubblicamente a questa impostazione. Al contrario, accompagnò l’estate con dichiarazioni rassicuranti: la squadra era forte, i giocatori andavano prima conosciuti, le valutazioni sarebbero arrivate successivamente. Il mercato, soprattutto, spettava alla società.

Una posizione perfettamente coerente con l’Allegri aziendalista.

Ma è proprio da qui che oggi deve partire anche l’analisi delle sue responsabilità.

Allegri ha accettato il ridimensionamento. E forse ha ecceduto nell’ottimismo

Essere aziendalisti non significa necessariamente essere passivi. Un grande allenatore viene scelto e pagato anche per valutare correttamente il materiale umano a disposizione e indicare alla società ciò che serve per raggiungere determinati obiettivi.

Allegri ha invece accettato di accompagnare il ridimensionamento senza trasformarlo in un tema pubblico. Una scelta probabilmente funzionale agli equilibri societari, ma che comporta inevitabilmente una conseguenza: se accetti le condizioni iniziali, diventa poi più difficile utilizzarle come spiegazione delle difficoltà successive.

E forse il primo errore di Allegri è stato proprio un eccesso di ottimismo.

Il Napoli non era semplicemente una squadra forte da prendere in consegna e amministrare. Era una rosa che andava valutata anche attraverso la sua carta d’identità, il suo logorio e le motivazioni di calciatori che negli ultimi anni hanno attraversato cicli intensissimi.

Arrivati a questo punto, però, fermarsi alla costruzione della rosa significherebbe offrire ad Allegri un alibi troppo grande.

Perché esiste una parte della crisi che appartiene esclusivamente al campo.

E qui il problema diventa forse persino più interessante.

Il Napoli attuale non è soltanto una squadra che sta ottenendo meno risultati di quanto sperato. È soprattutto una squadra della quale, per lunghi tratti, risulta difficile individuare un’identità precisa.

E questo sorprende ancora di più considerando chi siede in panchina.

Le squadre di Allegri hanno quasi sempre avuto caratteristiche immediatamente riconoscibili. Non necessariamente attraverso un sistema di gioco immutabile, perché Allegri non è mai stato un allenatore dogmatico. La sua identità è sempre stata soprattutto concettuale: equilibrio, controllo degli spazi, compattezza, capacità di leggere i momenti della partita, solidità difensiva e cinismo.

Il Napoli, almeno per ora, non possiede stabilmente quasi nessuna di queste caratteristiche.

Non è ancora una squadra di Allegri

Il dato più preoccupante non è allora semplicemente quanti gol il Napoli segni o subisca.

È come occupa il campo.

La pressione non sempre è coordinata. Quando la prima linea prova ad aggredire, il resto della squadra non riesce sistematicamente ad accompagnarla con le distanze necessarie. Il risultato è una pressione che può essere superata e che, anziché proteggere la squadra, rischia di allungarla.

Quando invece il Napoli decide di aspettare, non sempre riesce a trasformarsi in quel blocco compatto che storicamente rappresenta una delle specialità delle squadre allegriane.

Si crea così una situazione paradossale: il Napoli non pressa abbastanza bene da essere una squadra aggressiva, ma non difende ancora abbastanza compatto da essere una squadra attendista.

Rimane nel mezzo.

Ed essere nel mezzo, tatticamente, è spesso il posto peggiore possibile.

È una squadra tatticamente sospesa.

Ora Allegri deve diventare meno aziendalista e più allenatore. Questo non significa che il progetto sia già fallito. Siamo ancora nella fase iniziale della stagione e lo stesso Allegri ha sottolineato la necessità di tempo per portare alcuni giocatori alla migliore condizione fisica. Sarebbe superficiale trasformare un inizio di stagione complicato in una sentenza definitiva.

Ma proprio perché siamo all’inizio è questo il momento nel quale correggere la rotta.

Allegri deve probabilmente fare ciò per cui il Napoli lo ha scelto: semplificare.

Individuare un nucleo di giocatori realmente funzionale alla sua idea, anche a costo di mettere in discussione gerarchie che finora sono sembrate intoccabili. Allegri deve avere il coraggio di andare oltre il nome, il curriculum e il peso specifico dei singoli all’interno dello spogliatoio, affidandosi a chi, in questo momento, è realmente in grado di dare qualcosa in più alla squadra.

È anche per questo che giocatori giovani e affamati come Favasuli possono rappresentare una risorsa preziosa. Non perché debbano necessariamente scalzare i più esperti per principio, ma perché portano energia, entusiasmo, voglia di emergere e quella fame che oggi sembra mancare a una parte del gruppo.

Prima ancora di trovare il Napoli migliore, Allegri deve costruire il suo Napoli.

Perché fino a questo momento il paradosso è evidente. E il confine tra l’aziendalismo che in estate sembrava una virtù e l’accondiscendenza che oggi rischia di diventare un limite è diventato sottilissimo.

Translate »
error: Content is protected !!