Qualità non quantità

Tra i tanti pensieri ricorrenti, tra spinte retoriche sincere e ritriti luoghi comuni, spicca l’idea secondo cui la passione e l’amore dei tifosi debbano essere indirizzati (in assenza di bandiere o punti fermi stabili) solo verso la maglia. Del resto c’è un coro che lo sottolinea a più riprese, solo per la maglia intona uno stadio quando chi quella maglia la indossa non rende a sufficienza, come a voler dire che la ragione stessa del tifo vive sul rapporto popolo-simbolo e non sulla voglia di idolatrare questo o quel campione. La questione è di natura squisitamente quantitativa siccome sono state lanciate 13 maglie in stagione, ovvio, poiché sarebbe anacronistico adesso soffermarsi sull’audacia e sull’originalità (per certi verti spinta) di certe trovate estetiche e di marketing. Non si tratta di un’iperbole, no, ma meramente di un calcolo: due divise per i portieri, due maglie home azzurre (una con dettagli neri, una con dettagli oro), una maglia away bianca, una terza maglia rossa, il cosiddetto Flames Kit in due versioni (standard e con dettagli oro), quattro versioni della maglia omaggio a Maradona e la maglia speciale per Halloween con tanto di ragnatele. Al contempo rimane valida, persino automatica e naturale, l’idea di omaggiare Diego Armando Maradona anche attraverso la maglia, considerando il legame unico tra il mai dimenticato fuoriclasse e la città di Napoli. Eppure, appunto, subentra il nodo della quantità: la produzione in serie di divise da gioco si allontana, in sé, dall’idea di omaggio o di prodotto attraente per appassionati e collezionisti, andando per certi versi a inflazionare il peso stesso della maglia, a renderla parte di un insieme troppo vasto e non, dunque, segno di unicità e di rarità.

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