Un ricordo particolare di Diego in una partita Unicef
Ho a lungo riflettuto sull’opportunità di scrivere
queste righe: un po’ perché sono quarant’anni
che non metto mano a nulla di davvero importante – fatta eccezione per le volte in cui,
da bancario, ho dovuto redigere testi di carattere
professionale – e un po’ perché il tema che ho
deciso di affrontare è tale da far tremare le vene
ai polsi a generazioni di colleghi e professionisti.
Mi perdoneranno. Tuttavia, l’affetto che provo
per Diego e la gratitudine che, doverosamente,
come tifoso napoletano di nome e di fatto, porto
verso il mio coetaneo, alla fine mi hanno
convinto a farlo. Coetaneo, ho detto, perché in
effetti il prossimo 30 ottobre 2025 Diego
avrebbe compiuto 65 anni, la mia stessa età. Ma
la morte non ha consentito che ciò accadesse,
privando il mondo – e soprattutto la sua famiglia – della sua presenza terrena. Ma andiamo oltre.
Ripeto: non mi sento in grado di parlare
tecnicamente del Maradona calciatore, pur
avendolo visto all’opera sia dal vivo, insieme ad
altri ottantamila spettatori nello stadio che oggi
porta il suo nome, sia in televisione, insieme a
milioni di persone di ogni etnia, religione e ceto,
tutte estasiate dal suo modo unico di intendere e
giocare a calcio. Già, il calcio, questo “giuoco”,
come lo chiamava il Maestro Brera, per il quale
quel ragazzo nato – per avventura – in un
piccolo sobborgo, meglio: una specie di favela
argentina, Villa Fiorito, poco distante dalla
cittadina di Lanús, a sud di Buenos Aires, ha
concentrato in sé tutto quanto di meraviglioso,
imprevedibile, incredibile e inimmaginabile: in
non a Maradona. Sono ventotto anni che
trascorro le vacanze estive a Scalea, cittadina
calabrese della provincia di Cosenza, celebre per
le sue bellezze naturali e paesaggistiche,
nondimeno per altri aspetti che non citerò.
Ebbene, giocoforza, in tante estati, tra tuffi nel
mare limpido, pomeriggi a Burraco e albe
passate a pescare qualche esemplare ittico
meritevole di essere trionfalmente esibito una
volta a terra, si stringono amicizie vere – poche – conoscenze – tante – e si scoprono aneddoti,
episodi e storielle che col tempo spesso
sbiadiscono e si perdono nella nebbia dei ricordi.
Finché, in uno di quei pomeriggi, accade – per
merito del vulcanico professore Ciriaco “Gigi”
Scoppetta – che, durante una delle nostre amabili
conversazioni in cui ci eravamo reciprocamente
confessati la passione per il “giuoco del calcio” e
per il suo unico e inarrivabile interprete, mi disse:
“Ma lo sai che Maradona ha giocato a Scalea?”
Sul momento rimasi incredulo, ma la fonte non
mi consentiva di dubitare nemmeno per un
secondo della veridicità della notizia, anche se
nella mia cassetta dei ricordi non trovai nulla che
potesse far risalire all’avvenimento. Accadde
realmente lunedì 4 novembre 1985. In quella
data, memorabile per tutti i calabresi, Diego
giocò un’amichevole allo stadio D. Longobucco
di Scalea, che
contrapponeva
una rappresentativa UNICEF capitanata da Diego
Armando Maradona alla locale U.S. Scalea.
poche parole, il genio del gioco del calcio.
Potrei passare ore a descrivere e ricordare le cose
incredibili che gli ho visto fare con il pallone e
con il suo magico piede sinistro, ma oggi la mia,
la nostra, attenzione voglio rivolgerla a Diego,
“Azione aerea allo stadio D. Longobucco: terreno pesante e tribune gremite
(Scalea, 4 novembre 1985).”
La domenica precedente Diego si era reso
protagonista di una delle magie che rimarranno
per sempre nella memoria dei tifosi napoletani e
di tutto il mondo: un calcio di punizione con una
traiettoria che nemmeno oggi, con tutti gli
algoritmi
dei
supercomputer, l’intelligenza
artificiale riesce a emulare. Diego segnò al
malcapitato Stefano Tacconi, portiere dell’odiata
Juventus, un gol che, come si dice in questi casi,
“verrà conservato in cineteca”, ma soprattutto
resterà nel cuore di chi, come me, ebbe la fortuna
di essere presente nella curva alle spalle della
porta difesa da Tacconi.
Testimone io della magia della domenica e
testimone – nonché protagonista in campo – il
lunedì successivo, come mi riferì l’ineffabile Gigi
Scoppetta, fu un allora ragazzo di 23 anni di
Scalea, Pasquale Cecere, che ho la fortuna e il
privilegio di conoscere da anni, ma che, pur
conversando spesso sulle peripezie della nostra
squadra del cuore, il Napoli, o sulle fortune del
tennis italiano – il suo sport di elezione – non mi
aveva mai raccontato di cotanto onore: aver
giocato a calcio insieme a Diego Armando
Maradona in una partita ufficiale. Non vi tedierò
con la cronaca dettagliata dell’evento, che fu
descritta dai colleghi del tempo – uno fra tutti
Umberto Labozzetta – ma l’occasione era
troppo ghiotta per non sentire, dalla viva voce di
uno dei protagonisti, com’era Diego.
”Ritaglio di giornale dell’epoca con la cronaca dell’incontro”
Per questo, un pomeriggio di fine agosto scorso
ho chiesto a Pasquale di concedermi un po’ del
suo tempo per rispondere a qualche curiosità
sulla personalità di Diego in quel momento della
sua vita.
Vi domanderete: “Ma che vuole questo scriba?
Di Maradona sappiamo tutto!” La sua vita, e
perfino la sua morte, è stata costellata di eccessi:
la droga, il figlio illegittimo concepito con l’allora
signorina Sinagra – prima rifiutato, poi
riconosciuto –, il matrimonio faraonico con
Claudia Villafane, la fuga da Napoli, il soggiorno
a Cuba e l’amicizia con Fidel Castro, il periodo a
Dubai con il mistero delle casseforti… e chi più
ne ha più ne metta.
Ma Diego, com’era davvero?
Non avendo una conoscenza diretta, come ogni
giornalista ho cercato di documentarmi, e
prezioso è stato l’aiuto di uno dei pochi veri
amici di Diego, Ciro Ferrara, che nel suo libro
Ho visto Diego e dico o’ vero (2020) – poco
noto forse ai più perché non indugia sugli eccessi – racconta come, per sua stessa ammissione, in
lui convivessero quasi due personalità: da una
parte Diego e dall’altra Maradona, una sorta di
dottor Jekyll e mister Hyde.
Qui richiamo il professore Gigi Scoppetta,
sicuramente più qualificato di me nel dipanare
tale intricata matassa.
Avendo poi a disposizione la preziosissima
testimonianza di Pasquale, ho sondato i suoi
ricordi – lucidissimi – su Diego, e sono emersi
particolari che hanno rafforzato l’idea che mi ero
fatto. Pasquale mi racconta che Diego, per quella
occasione, non percepì alcun compenso
economico: pretese soltanto una serie di divise
complete da calcio da inviare in Argentina ai
ragazzini di Villa Fiorito che, come lui anni
prima, non potevano permettersi di comprarle.
A riprova della sua grande generosità, Pasquale
ricorda che a fine partita l’arbitro chiese a Diego
un ricordo e lui – avendo già donato tutta la
divisa di gara – gli regalò il suo accappatoio
ancora umido.
Ricordo a tutti che Diego, anni dopo, si rese
protagonista di un episodio ancora più toccante:
nella mitica partita sul campo-risaia di Acerra
sfidò la propria società per partecipare a una gara
di
beneficenza, raccogliendo fondi per far
operare il figlio di un tifoso che gli aveva chiesto
aiuto. Contro il parere del club, che voleva
tutelarlo da eventuali infortuni, non solo scese in
campo, ma pagò personalmente i premi
assicurativi per sé e per i compagni che lo
seguirono nell’iniziativa. Ma torniamo al campo
di Scalea, quel lunedì 4 novembre 1985. Anche
in quel caso, per una strana coincidenza, il
terreno era ridotto a una risaia o, se preferite, a
un pantano. Diego, accompagnato dalla mamma
Tota, dai fratelli Hugo e Lalo e dall’allora
fidanzata Claudia, arrivò a Scalea da fresco
giustiziere della Juventus al San Paolo, ma preferì
parlare del suo ruolo nell’UNICEF, più che della
vittoria sulla Juve o del suo incredibile gol su
punizione.
differenza che la qualità era inarrivabile e
accompagnata dallo stesso atteggiamento
rispettoso di un vero campione. Della nostra
chiacchierata colpì anche la semplicità del
racconto di Pasquale: mai enfatico o
autoreferenziale. Anzi, con grande candore mi
confessò che spesso si incantava a osservare
Diego giocare. Le occasioni di contrasto sul
campo furono rare: Diego agiva in posizione di
“libero” e il nostro mentore da “stopper”. La
raccomandazione di Silvio Longobucco ai
ragazzi dello Scalea era stata chiara: evitare
entrate, limitarsi a temporeggiare e ad
accompagnare Diego, scongiurando possibili
contatti, anche fortuiti. Grazie alla generosità di
Pasquale, ho ricevuto alcune foto dell’evento
che, oltre alla sua testimonianza preziosa e
puntuale, mostrano sia l’attenzione a ciò che
Diego faceva in campo e come lo faceva, sia il
fatto che, anziché marcare la punta a lui
assegnata, osservava Diego mentre calciava la
sfera a pochi metri di distanza. Tra le foto, una rappresenta una vera rarità: ritrae
i tre fratelli Maradona insieme su un campo di
calcio. A mia memoria, immagini simili non ne
esistono molte. “Gesto tecnico su campo appesantito: il controllo e l’apertura col sinistro.”
Emergeva un Diego che, come confermò il buon
Pasquale, non vestiva i panni della star
internazionale, ma che nel pre-gara e durante la
partita si comportava esattamente come un
qualsiasi giocatore di venticinque anni, con la
Come dimenticare, poi, l’immagine di Diego
colto nel momento in cui, controllando un
pallone, sembra sospeso in aria: non tocca il
terreno fangoso con entrambi i piedi e il suo magico sinistro sta per addomesticare la pelota con l’esterno del piede. Pura poesia del giuoco del calcio alla ennesima potenza. Sono sicuro che questo sia, pur raffazzonato, un omaggio accorato a una persona che, lo si voglia o no, ha segnato il cuore di diverse generazioni di tifosi napoletani e non, e che ha rappresentato – non lo dimentico, da napoletano innamorato
della mia città – un momento di vero riscatto sociale per una metropoli non sempre portata a
esempio positivo, spesso svilita da preconcetti, e che ancora oggi soffre di ostilità e stereotipi
negativi. Intendiamoci: non dico che Diego non sia stato il Maradona che il mondo ha conosciuto; dico
solo che il Diego arrivato a Napoli da Barcellona era – ed è rimasto – un ragazzo che amava
giocare a pallone e che nel giuoco del calcio trovava la serenità che la vita, nei suoi disegni
imperscrutabili, non gli ha concesso, quasi indirizzandolo su quella strada lastricata di
cocaina dalla quale, purtroppo, non ha avuto la forza di tornare indietro.
Dedico queste righe a Diego, a pochi giorni dal suo 65° genetliaco, e agli amici di Scalea che, se
vorranno, potranno tra poco ricordare – e magari festeggiare – i quarant’anni da quel
magico lunedì 4 novembre 1985. Un doveroso ringraziamento al professore Ciriaco
“Gigi” Scoppetta per avermi dato l’opportunità di riconoscere l’avvenimento. Un ringraziamento ancora più
grande va all’amico Pasquale Cecere che, da testimone diretto, attingendo alla sua memoria e ai suoi ricordi, mi
ha fornito foto e locandine, oltre a emozioni e sentimenti.
Pasquale Romito


