VAR confonde arbitri e mina credibilità!
Il dibattito sul VAR in Serie A si è riaperto con forza nelle ultime giornate, riportando al centro una questione che il calcio non può trascurare. Il VAR è uno strumento utile, come ogni tecnologia applicata allo sport e alla vita in generale, ma il problema non è il mezzo. Il problema è l’uso che se ne fa, la governance che lo accompagna e l’interpretazione che lo attraversa.
Dietro lo schermo non c’è mai solo un algoritmo, bensì una persona, o più persone, che interpretano immagini, dinamiche e regolamenti. Ed è proprio qui che il sistema mostra i suoi limiti strutturali. Il regolamento calcistico non può essere analitico in ogni passaggio e non lo sarà mai. Pretendere che la tecnologia elimini la soggettività è un’illusione che genera solo incoerenza decisionale e frustrazione competitiva.
Il risultato è un arbitro sempre più marginalizzato. Da decisore centrale è diventato un ratificatore di scelte altrui, spesso indotto a correggere se stesso davanti a un monitor. I direttori di gara più insicuri trovano nel VAR un comodo rifugio, nascondendosi dietro revisioni che diluiscono responsabilità e autorevolezza. Così il sistema non migliora la qualità arbitrale, ma la deresponsabilizza.
Gli episodi recenti parlano chiaro. Il contatto di Gila e Gudmundsson in Lazio Fiorentina, il rigore procurato da Buongiorno, il fallo di Hojlund sul gol annullato in Napoli Verona lasciano dubbi profondi sulla coerenza applicativa. Come nello scorso turno il tocco di Scalvini in Atalanta Roma o le situazioni di Piccoli e Baschirotto in Fiorentina Cremonese, si assiste a decisioni simili valutate in modo opposto.
Da un punto di vista sportivo questo è il vero danno. VAR e regolamento finiscono per schiacciare l’arbitro, rendendolo più insicuro, meno responsabile e, per comodo, meno protagonista. La tecnologia dovrebbe supportare il processo decisionale, non sostituirlo né confonderlo. Senza una revisione culturale dell’utilizzo del VAR, il calcio continuerà a pagare un prezzo alto in termini di credibilità e fiducia.
Serve una riflessione profonda da parte delle istituzioni calcistiche, che definisca confini chiari, protocolli semplici e soprattutto una gerarchia decisionale netta. Restituire centralità all’arbitro non significa tornare indietro, ma andare avanti con maturità. Il VAR deve essere uno strumento di supporto eccezionale, non una stampella. Solo così si potrà recuperare uniformità, trasparenza e rispetto del gioco. Altrimenti il sistema continuerà a produrre polemiche, sfiducia, tensioni ambientali e un campionato sempre più fragile agli occhi di tutti.

