Napoli ai titoli di coda: tutti colpevoli, nessuno escluso!

Le ore sono passate dal fischio finale.
È possibile soffrire anche  di più rispetto alla serata in cui i giocatori della Juventus hanno festeggiato il pari al Maradona che ha visto il Napoli soccombere sotto la scure degli scaligeri? La risposta è sì, perché al dispiacere sportivo subentra l’analisi tecnica e giornalistica ed è impossibile non puntare il “dito contro” il Napoli nell’ultima giornata di campionato.

Sia chiaro che i destinatari non sono i giocatori o almeno non solo loro. Tuttavia, il campo ha fatto emergere – per l’ennesima volta – la totale inutilità sportiva di molti di loro.
Nella sfida con il Verona si salvano i soli Meret, Manolas e Rrahmani. Quanto tempo c’è voluto però perché il reparto difensivo trovasse una quadratura?
L’ex Verona relegato in panchina, il greco in tandem con Koulibaly lontano parente del gigante ammirato in giallorosso e Alex vittima del cervellotico valzer di portieri imbastito da Gattuso.

Che dire del centrocampo? Alcuni brillanti nelle ultime uscite, Fabian e Piotr, ieri sera erano in bambola totale dinnanzi ai ragazzi di Juric, altri decisamente al di sotto delle aspettative per tutto il campionato – citofonare Bakayoko – che non hanno fatto che confermare quanto la maglia azzurra non avrebbero dovuto nemmeno vestirla.

Chi scrive è troppo duro? Alla luce del finale di questo campionato anche no. Ci sarebbe stato bisogno di “mazziare” parecchi calciatori e finanche il mister nel corso della stagione. Magari sarebbero riusciti ad “annusare il pericolo” un po’ meglio di quanto hanno fatto.
Non ci soffermeremo sul reparto d’attacco, poiché tutti gli effettivi hanno mostrato a fronte delle enormi qualità tecniche una paurosa – per una squadra che lotta ai vertici della classifica – mancanza di personalità.
Quanto mancano un Reina, un Albiol o meglio ancora un Marek Hamsik?

Perché il Napoli è venuto meno soprattutto nella testa: dal minuto 1’ fino al 94’ il gioco è stato contratto con il risultato che era tutto nelle gambe degli azzurri, ingarbugliate però da non si sa quale maleficio.

Allora passi lo scudetto perso in albergo di memoria sarriana, passi il non qualificarsi in un girone europeo con 12 punti ma quello che s’è visto ieri sera va troppo oltre.
Un Napoli brutto dal primo all’ultimo secondo, figlio di un allenatore – sul quale c’è molto da dire – e di uno spettro da eterno perdente impossibile da scacciare. Da idea è diventata realtà infatti, il Napoli è perdente sul campo e in fatto di mentalità.

Più che sulle gambe e sul gioco è nella testa che deve incidere un allenatore degno di questo nome. Qui veniamo alla questione Gattuso.
Arrivato “senza bisogno di presentazioni” Rino non ha avuto un compito facile.
Ridare solidità al calcio liquido – eredità orrorifica di Ancelotti – e rimettere in piedi una squadra, reduce da ammutinamenti e risultati non positivi.

Per un po’ pareva che Gattuso potesse farcela, poi con complici Covid e infortuni il già precario giocattolo azzurro s’è rotto del tutto. Qualcuno direbbe che la fatal Verona è stata la croce del Napoli, tuttavia è impossibile chiedersi perché non si sia cambiato – dalla panchina al campo – nei mesi di buio pesto passati tra l’andata e la ripresa del ritorno.
Inutile dire, e nemmeno infierire, su quanto Gattuso sia l’imputato principale nel processo alla stagione azzurra.
I giocatori erano dalla sua parte a differenza di Ancelotti. La squadra poteva brindare a un risultato migliore. Il campionato doveva finire diversamente.

A Rino Gattuso non è riuscito di capire fino in fondo cosa fosse questo Napoli. Spiace dirlo ma l’empasse in cui si è scivolati per mesi non può essere imputato agli infortuni, ai calciatori o alla malasorte. Anche le poche risorse che c’erano Rino ha dimostrato di non saperle  – o poterle – gestire al meglio. Incanalare la forza di questa squadra per non perdere punti scellerati con Sassuolo, Cagliari e finanche il Verona era operazione banale: bastava mettere gli uomini giusti al momento giusto.

Non capiremo, da giornalisti prima e tifosi poi, vari aspetti della sua gestione: l’ostinazione con gente come Bakayoko, il balletto in porta tra Ospina e Meret, l’incapacità di ascolto per l’attacco affidato all’estro di Insigne prima e alla buona stella di Osimhen poi.
Probabilmente però anche al Napoli – inteso come società – non è riuscito di capire chi fosse realmente Gennaro Ivan Gattuso il quale lascerà la panchina azzurra con il rimpianto di non aver dato nulla di se, se non la confusione di un allenatore che ne ha ancora di strada da macinare.

Chi scrive vuole dedicare un ultimo pensiero alla società, partendo dal tweet a firma del presidente in cui si rendeva ufficiale l’esonero di Gattuso. Chiediamo: quale società può pensare di affidarsi a questo stile di comunicazione?
Perché non interrompere il silenzio stampa almeno all’ultima giornata?
Non una parola per i tifosi.
Non una parola di dispiacere.
Non una parola di scuse per chi credeva di poter festeggiare e invece s’è visto sorpassare dalla più immeritevole Juventus degli ultimi anni.
Solo un messaggio degno dei peggiori auguri all’indirizzo di un uomo, prima che allenatore, che avrebbe meritato almeno un saluto migliore.
Viene riavvolto il nastro della stagione e il dito punta inevitabilmente anche alla dirigenza incapace su più fronti: a scegliere di cambiare quando si poteva, a cementare il rapporto con la tifoseria sempre più lontana e in ultimo ad alzare la voce a fronte delle ingiustizie – leggasi il rigore firmato Cuadrado contro l’Inter – subite dagli azzurri, fatali molto più di Gunther e Zaccagni.
Il Napoli ha di fatto un presidente che organizza conferenze stampa show con maschere di leoni, cita i Beatles ma che nel momento del bisogno è assente. Un fantasma: altro che il nostro Cavani!

Oggi, più che in passato, il Napoli necessita di una voce unica e di una mano ferma: se rifondazione deve essere che si parta dalla testa. Se De Laurentis non ha intenzione di lasciare, dopo più di un decennio di risultati mancati all’ultimo giro, deve capire che la piazza ha bisogno di certezze.
Che “ripartire dal basso” non sarà solo un fatto di campo ormai per tutti pare una certezza a cui adeguarsi ma almeno i tifosi azzurri meriterebbero una risposta migliore di quella che hanno dato i giocatori sul rettangolo verde e che il presidente ha riservato all’ex allenatore.
Fiducia e sincerità: alla dirigenza per il futuro si chiede il cuore e ad oggi pare essere uno solo il nome (la tuta, la cicca di sigaretta) che può tornare a far battere il ventre di Napoli. Per quello la società dovrebbe mettere orgoglio da parte, soldi sul banco e un progetto vero da perseguire: anni di decadenza si sono avvicendati ma la ricerca della bellezza nemmeno basterebbe più. Il monito è costruire una mentalità vincente e se per farlo servirà ripartire da zero o da un nome giovane ben venga anche un Italiano a dare gioco e nuova linfa.

Il giorno dopo è ancora più brutto, specie quando sei abituato alla delusione e per un attimo hai creduto di poter risalire la china.

Ce l’ha insegnato Maradona, come si fa a salire in cima al mondo, proprio lui il Dio dell’Olimpo Pallone a cui è intitolato il fu San Paolo e almeno a Diego, sarà d’accordo la dirigenza, vogliamo promettergli un po’ di devozione, qualcosa di migliore di quanto visto in questa annata?

Il dito contro una rubrica di pianeta napoli
Il dito contro una rubrica di pianeta napoli

Gabriella Rossi

Laurea Triennale in Lettere Moderne conseguita presso l’Università degli studi di Napoli Federico II, laureanda magistrale Filologia Moderna presso l’Università degli studi di Napoli Federico II. Mi diverte molto la fotografia, scrivere, andare ai concerti , viaggiare e ovviamente tifare Napoli.

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