Quel plusvalore che (ancora) non si vede

Fuori Gattuso, dentro Spalletti: un allenatore fatto, con una grande carriera, anche se non vincente (almeno in Italia), al posto di un neofita, che soltanto qualche anno prima aveva appeso gli scarpini al chiodo. Avevamo tutti pensato all’upgrade: bravo De Laurentiis – allora – ad aver rilanciato il progetto azzurro, affidando il post (drammatico) Napoli-Verona ad un tecnico scafato, abituato a piazze importanti, a gestire prime donne e soprattutto a fare punti (tanti) in campionato.

Non sta andando così, Luciano: il confronto con Gattuso, a questo punto della stagione, dice “soltanto” cinque punti in più a favore del toscano, ma la sensazione è che il livello complessivo (di gioco e mentale) della squadra non sia cresciuto come ci aspettavamo. Grandi marinai – entrambi – col mare calmo, piccoli barcaioli con la tempesta. Tradotto: fin quando è andato tutto bene – squadra al top della condizione, migliori giocatori sempre presenti, entusiasmo, vento in poppa e il primato in classifica – il Napoli (sia di Gattuso che di Spalletti) è sembrato straordinario, a tratti imbattibile (goleade, difesa granitica, persino Bakayoko, Mario Rui e tutti gli interpreti maggiormente vituperati, hanno fatto la lora gran bella figura). Appena qualcosa ha cominciato a scricchiolare (dichiarazioni del presidente e i numerosi infortuni), l’allenatore – nessuno dei due – ha saputo tenere la barra dritta e superare indenne le avversità. Anche il Napoli di Spalletti, infatti, da quando ha dovuto rinunciare agli Osimhen, Koulibaly e a tutti quei calciatori che fino a quel momento stavano facendo la differenza (lo stesso Fabian) e avevano reso il giocattolo quasi perfetto, si è sciolto come neve al sole. A differenza di Gattuso, però, fermato addirittura da un problema serio di salute, Spalletti ha dalla sua molte più aggravanti: innanzitutto uno stipendio da più di cinque milioni di euro lordi a stagione, che lo dovrebbe trasformare d’ufficio in un tecnico capace di fare la differenza in Serie A; in secundis, un’esperienza ventennale nel grande calcio, che avrebbe dovuto insegnargli qualcosa di diverso rispetto a come si gestiscono i momenti difficili; terzo fattore (da non sottovalutare) l’endorsement di De Laurentiis, che a più riprese ha riposto in lui non solo fiducia illimitata ma anche rivolto lodi e complimenti forse eccessivi, come al solito esagerati (dire che Spalletti è il miglior allenatore della sua gestione non solo fa abbastanza sorridere, ma non corrisponde affatto al vero). A tutto ciò va aggiunto un ulteriore elemento che ridimensiona l’operato di Spalletti: il folle ottimismo che accompagnano dall’inizio del ritiro ad oggi le sue dichiarazioni a mezzo stampa, che hanno fatto credere ai più che il Napoli avesse il miglior organico del campionato e potesse vincere lo scudetto con abbondante anticipo. Frasi a effetto come “dobbiamo avere il Vesuvio dentro”, “lamentarsi è da sfigati”, e poi la strenua convinzione di avere una rosa forte anche con 14 giocatori si sono rivelati dei veri e propri boomerang: il campo, che è l’unica cosa che conta, nell’ultimo mese e mezzo ha dato severamente torto a Spalletti. Ancora una volta, dunque, Napoli città e soprattutto società incassano una lezione amarissima, che per giunta si ripete da anni: mentre il pallone rotola sul rettangolo verde bisogna rimanere in religioso silenzio e far parlare l’unico giudice supremo, il campo (eppure De Laurentiis continua a fregarsene persino della scaramanzia esprimendo giudizi affrettati che rischiano solo di destabilizzare l’intero ambiente); a Napoli, le partite non le vincono gli allenatori ben vestiti o che utilizzano linguaggi forbiti o urla per caricare la squadra; al contrario, la storia recente insegna che gli allenatori che hanno fatto meglio sono stati i cosiddetti piangina, quelli che protestavano con gli arbitri e le maglie a strisce o di avere il quinto fatturato in Italia, insomma quelli che facevano l’unica cosa per la quale erano pagati (allenare, appunto).

L’augurio per il 2022 è che Spalletti torni il tecnico che tutti conosciamo e che in fondo è (ancora?): tatticamente preparato, brillante in sala stampa ma innanzitutto sul campo, che porti idee innovative come quella straordinaria di Totti falso nove alla Roma, di Nainggolan trequartista, Brozovic regista, che faccia segnare Lozano e Politano come Perotti e Salah. Ad oggi luci ed ombre hanno caratterizzano il suo percorso a Napoli: da un lato gli vanno riconosciute una posizione in classifica di assoluto rispetto (è comunque in liena con gli obiettivi societari), la miglior difesa del torneo (straordinario il rendimento di tutti i difensori, compresi quelli che hanno giocato di meno, come Juan Jesus, che non sta facendo rimpiangere Koulibaly), una grande compattezza di squadra, che fin quando ha avuto tutti a disposizione è riuscita bene a mixare doti fisiche e tecniche dei suoi giocatori più talentuosi (basti pensare a come era assortita la linea mediana fino a Inter-Napoli, con la qualità di Fabian e il filtro di Anguissa e quanto le loro assenze abbiano inciso sul rendimento successivo); dall’altro, l’aspetto più deludente è legato ad un’impronta di gioco netta, precisa, che ancora non stiamo vedendo. Nemmeno col gruppo al completo, infatti, il Napoli di Spalletti ha dato l’impressione di avere una chiara identità: spesso si è puntato su un gioco troppo diretto che ha eclissato i trequartisti pur di esaltare le caratteristiche di Osimhen, mentre uno sviluppo più nelle corde dei tanti giocatori bravi nel breve, nello stretto come quelli partenopei lo abbiamo osservato troppe poche volte. Per intenderci: sono stati di più i Napoli-Torino che i Napoli-Lazio. Tanta efficacia ed anche un pizzico di fortuna all’inizio (ogni tiro in porta un gol; ogni calcio piazzato uno schema vincente), tanta confusione ed un po’ di sfortuna per i gollonzi incassati alla fine del girone d’andata. Con un minimo comun denominatore: le individualità hanno avuto il sopravvento sul gioco.
La gran parata, il tiro all’incrocio, il gol sbagliato dall’avversario, il colpo di nuca o l’autorete: il Napoli di Spalletti è sembrato sempre in balia degli eventi, favorevoli o sfavorevoli che fossero, e quasi mai in controllo assoluto delle partite (persino contro una squadra modestissima come la Salernitana ad un certo punto ha perso ogni equilibrio e non ha saputo prendere in mano la partita, nonostante vantaggio di un gol e di un uomo, rimediando un’espulsione ed una sofferenza indicibile nel finale). Nel girone di ritorno servirà un altro passo, a cominciare dalla media punti che dovrà inevitabilmente salire, magari non raggiungendo i picchi irripetibili delle prime otto, ma nemmeno quelli delle ultime undici. Spalletti è avvisato.

ALESSIO PIZZO

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